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La moschea di al-Nabi Daniel, in via Nabi Daniel nel centro di Alessandria, è uno dei più antichi monumenti islamici rimasti in città ed è il fulcro di una leggenda tenace: che sotto di essa, in camere sotterranee, riposi il corpo di Alessandro Magno — e, in alcune versioni, quello del profeta Daniele. L’edificio in sé è una costruzione ottomana modesta, senza pregi architettonici eccezionali, ma la sua posizione, le sue leggende e il ruolo che occupa nella mitologia culturale di Alessandria ne fanno da oltre due secoli uno dei luoghi più discussi della città fra storici, archeologi e viaggiatori.
La moschea è intitolata al sufi sceicco Muhammad Daniel, che vi è sepolto. L’associazione con il «nabi Daniel», il profeta Daniele, sembra nata dalla sovrapposizione di tradizioni diverse: alcuni studiosi la fanno risalire a una tradizione ebraica che legava il sito al profeta biblico, mentre la leggenda su Alessandro Magno si sviluppò nei resoconti dei viaggiatori europei e arabi a partire dal medioevo.
La ricerca della tomba di Alessandro ad Alessandria ha spinto generazioni di scavi in tutta la città, senza che finora sia emersa una prova convincente. La moschea di al-Nabi Daniel è stata scavata e indagata più volte, l’ultima nel Novecento, senza che si trovasse traccia di camere funerarie regali. Nei sotterranei esiste però un livello inferiore allagato, e questo è bastato a tenere viva l’ipotesi.
Per chi visita, l’interesse della moschea sta soprattutto nell’essere un punto in cui pratica religiosa viva, leggenda urbana e mistero storico si incrociano nella geografia stratificata del centro di Alessandria.
Il luogo dove sorge la moschea di al-Nabi Daniel ha una storia religiosa lunga, precedente all’uso islamico attuale. La tradizione islamica vuole che il sito fosse già venerato in età altomedievale, e resoconti di epoca ottomana descrivono una moschea con santuario annesso in questa posizione. L’edificio attuale risale soprattutto al Settecento e all’Ottocento, con rifacimenti novecenteschi.
La tradizione che colloca ad Alessandria la tomba di Alessandro Magno è antichissima. Il conquistatore macedone morì a Babilonia nel 323 a.C. e il suo corpo fu portato in Egitto, prima a Menfi e poi ad Alessandria, dove fu deposto in un mausoleo, il Sema, nel quartiere reale. Le fonti antiche raccontano che la tomba fu visitata da Giulio Cesare, Marco Antonio, Cleopatra e Augusto. Dal IV secolo d.C. il mausoleo scompare dalle fonti, e da allora la sua posizione è ignota.
Il collegamento specifico fra il Sema e il sito di al-Nabi Daniel compare nei resoconti a partire dal Trecento. Nel Settecento e nell’Ottocento le guide locali indicavano ai viaggiatori europei la tomba di Alessandro sotto la moschea, e la tradizione fu presa sul serio da più di un archeologo. Nel 1850 il greco Stefanos Doucas indagò i sotterranei e vi trovò un livello inferiore allagato con nicchie murate: troppo poco per una tomba reale, abbastanza per alimentare la leggenda fino a oggi.
La moschea sta al centro del mistero storico più tenace di Alessandria — la tomba perduta di Alessandro Magno — e questo la rende un luogo di forte richiamo a prescindere dalla modestia dell’architettura.
All’interno, la tomba-santuario dello sceicco Muhammad Daniel, la figura storica islamica a cui la moschea è formalmente intitolata: un luogo di devozione sufi ancora attivo, sotto il peso di leggende molto più grandi di lui.
La strada che passa davanti alla moschea attraversa la maglia della città greca antica e segue all’incirca il tracciato dell’antica via Canopica, una delle due arterie principali della città fondata da Alessandro.

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