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La Moschea di Abu al-Abbas al-Mursi è il monumento islamico più celebre di Alessandria: sorge nel quartiere di Anfushi, vicino al porto orientale, ed è considerata uno dei migliori esempi in Egitto di architettura religiosa di gusto andaluso. Costruita nella forma attuale nel 1775 e largamente rifatta nel 1929, è dedicata ad Abu al-Abbas al-Mursi (1219-1287), mistico sufi nato a Murcia, in Spagna, che si stabilì ad Alessandria e divenne uno dei santi più venerati della confraternita shadhiliyya. La sua tomba, all’interno, ne fa un luogo di pellegrinaggio ancora vivo per i musulmani egiziani e per i visitatori di tutto il Nord Africa.
L’architettura colpisce subito: quattro cupole di dimensioni diverse si raccolgono sopra la sala di preghiera, con quella centrale che arriva a trentasei metri d’altezza. L’esterno è rivestito di calcare bianco crema con dettagli intagliati; l’interno è altrettanto curato, con colonne di marmo, stucchi lavorati e mashrabiyye di legno che incorniciano lo spazio della preghiera. Il mihrab, la nicchia che indica la direzione della Mecca, è particolarmente bello, con una cornice di pietra finemente scolpita.
La piazza davanti, soprattutto nel tardo pomeriggio e la sera, diventa uno spazio pubblico animatissimo: le famiglie alessandrine si ritrovano lì, i venditori ambulanti vendono cibo e souvenir, e le cupole illuminate si riflettono nell’acqua del porto. La moschea è a pochi minuti a piedi dal forte di Qaitbay e dalle tombe di Anfushi, il che fa di questo angolo di Alessandria la sua zona storica più concentrata.
Abu al-Abbas al-Mursi nacque a Murcia, in al-Andalus, nel 1219, passò da Tunisi e si stabilì infine ad Alessandria, dove divenne il discepolo principale del maestro sufi Abu al-Hasan al-Shadhili e gli successe alla guida della confraternita shadhiliyya. Morì ad Alessandria nel 1287 e fu sepolto dove oggi sorge la moschea. La shadhiliyya che guidò divenne una delle confraternite sufi più diffuse del mondo islamico, con seguaci in tutto il Nord Africa, nel Levante e nella penisola arabica.
La prima moschea costruita sopra la sua tomba risale al periodo mamelucco, ma l’edificio fu rifatto e modificato più volte. La costruzione attuale è in gran parte del periodo fra il 1775 e il 1798, sotto il governatore ottomano, e fu poi ristrutturata a fondo nel 1929 grazie a un ricco mercante alessandrino, Mahmoud Abu al-Ela, che finanziò la ricostruzione da cui è nata la forma odierna a quattro cupole.
Da oltre settecento anni la moschea è un centro della devozione sufi alessandrina. Le riunioni del giovedì sera della shadhiliyya, con il dhikr — la ripetizione ritmata dei nomi divini — attirano sia praticanti sia curiosi, e sono la continuazione diretta della tradizione mistica che Abu al-Abbas al-Mursi portò con sé dall’Andalusia.
Il gruppo di quattro cupole di altezze diverse, con quella centrale a trentasei metri, disegna una delle sagome di moschea più riconoscibili d’Egitto.
Il santuario del santo sufi andaluso del Duecento, all’interno della moschea, è ancora meta di pellegrinaggio: la camera funeraria è rivestita di stoffa verde e coperta di offerte votive.
La nicchia di preghiera scolpita nella pietra e il programma decorativo a stucco della sala rappresentano il livello più alto dell’artigianato egiziano di inizio Novecento.
La moschea si affaccia su una grande piazza che la sera diventa uno degli spazi pubblici più vivi di Alessandria, fra vista sul porto, banchi di cibo di strada e l’edificio illuminato.
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