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Il monastero di Santa Caterina, ai piedi del Monte Sinai, è il più antico monastero cristiano abitato senza interruzione al mondo: fu fondato dall’imperatore bizantino Giustiniano fra il 548 e il 565 nel luogo già venerato come quello del roveto ardente di Mosè. È patrimonio dell’umanità UNESCO e appartiene alla Chiesa greco-ortodossa, con una comunità di monaci che ne mantiene ininterrotte le tradizioni religiose e intellettuali da oltre 1.400 anni.
La biblioteca del monastero è seconda solo a quella Vaticana per quantità e importanza di manoscritti paleocristiani: vi si conservano oltre 3.300 manoscritti in greco, arabo, siriaco, georgiano, armeno, slavo e altre lingue, insieme a circa cinquemila libri a stampa antichi. Il ritrovamento del Codex Sinaiticus — uno dei manoscritti più antichi e più completi della Bibbia cristiana, del quarto secolo — nella collezione del monastero, a opera dello studioso tedesco Constantin von Tischendorf nel 1844, rese Santa Caterina famosa in tutta la filologia biblica.
Oltre alla biblioteca, il monastero conserva la cappella del roveto ardente, costruita sopra il luogo dell’incontro di Mosè con Dio; la chiesa della Trasfigurazione, con lo straordinario mosaico bizantino del sesto secolo della Trasfigurazione di Cristo, uno dei più belli sopravvissuti al mondo; e la celebre ossuario, dove sono esposte le ossa dei monaci defunti. Il paesaggio intorno — montagne di granito che arrivano ai 2.285 metri del Gebel Musa e ai 2.629 del Monte Santa Caterina — aggiunge una dimensione di austera grandezza naturale all’esperienza.
Il sito ai piedi di quello che oggi si chiama Gebel Musa era venerato dai primi eremiti cristiani almeno dal terzo secolo come luogo del roveto ardente descritto in Esodo 3. Nel quarto secolo vi furono costruiti una piccola cappella e un ospizio, e secondo la tradizione fu l’imperatrice Elena, madre di Costantino, a ordinare la costruzione di una cappella sopra il roveto.
Giustiniano fece fortificare e ampliare il sito fra il 548 e il 565, costruendo le massicce mura di granito, alte fra i dieci e i quindici metri, che ancora oggi racchiudono il complesso. Fece costruire anche la chiesa della Trasfigurazione, il cui mosaico absidale del sesto secolo è rimasto intatto: una sopravvivenza notevolissima della cultura artistica bizantina al tempo del più grande imperatore dell’impero.
La sopravvivenza del monastero attraverso 1.400 anni di governo musulmano si spiega in parte con la posizione isolata fra le montagne del Sinai, in parte con la protezione delle tribù beduine della zona e in parte con un documento noto come Achtiname di Maometto: una lettera che secondo la tradizione il Profeta dettò concedendo al monastero la propria protezione. L’autenticità del documento è discussa dagli studiosi, ma fu accettata dai successivi sovrani islamici e permise al monastero di continuare come istituzione cristiana attraverso i periodi omayyade, abbaside, fatimide e ottomano.
Il mosaico absidale bizantino del sesto secolo con la Trasfigurazione di Cristo: uno dei più belli e più antichi mosaici bizantini al mondo, nella chiesa voluta da Giustiniano.
La cappella costruita sopra il luogo tradizionalmente identificato con il roveto ardente di Mosè (Esodo 3): le scarpe vanno tolte prima di entrare, perché i monaci lo considerano la stessa terra sacra descritta nelle Scritture.
La seconda raccolta al mondo per importanza di manoscritti paleocristiani: oltre 3.300 codici in più lingue, comprese parti del Codex Sinaiticus ancora conservate qui.
La camera che raccoglie ordinatamente ossa e teschi dei monaci defunti: una tradizione medievale di memento mori monastico, ancora mantenuta dalla comunità.
Le mura di fortificazione originali in granito, costruite sotto Giustiniano (548-565), alte fra i dieci e i quindici metri, che racchiudono l’intero complesso in uno stato di conservazione notevole.

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