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La fortezza di Shali è la cittadella medievale in rovina al centro dell’oasi di Siwa, costruita in kershef — un materiale locale fatto di roccia salina, fango e legno di palma — che le dà il suo colore fra l’ambra e il cotto e insieme la sua fragilità davanti alla pioggia. Edificata nel XIII secolo come rifugio fortificato dei siwani contro le razzie, Shali fu per secoli l’intero paese abitato: fino all’Ottocento tutta la popolazione di Siwa viveva dentro le sue mura, in un agglomerato urbano a più piani che in alcuni punti arrivava a sette livelli.
Shali fu abbandonata progressivamente dopo tre giorni di piogge eccezionali, nel 1926, che provocarono crolli gravi in tutti gli edifici in kershef. I siwani si trasferirono in case nuove, costruite con materiali più convenzionali nella piana intorno, e la cittadella fu lasciata alle intemperie. Il suo lento sciogliersi — le mura di sale che a ogni pioggia si consumano e tornano alla terra da cui erano nate — ha prodotto una rovina straordinaria: torri e muri che si arrotondano in forme organiche, un alveare di stanze e finestre che si alza su una collina al centro dell’oasi, circondata da palmeti e laghi salati.
Shali è uno dei monumenti visivamente più particolari d’Egitto: le pareti di roccia salina prendono la luce del tardo pomeriggio in tonalità d’oro, d’ambra e d’arancio che ne fanno uno dei siti antichi più fotogenici del paese. L’accesso è libero e si esplora a piedi, con sentieri che salgono fra le rovine fino alla sommità, da cui lo sguardo corre su tutta l’oasi fino al deserto intorno.
L’oasi di Siwa è abitata almeno dal decimo millennio a.C. ed era una meta importante già nell’antichità, soprattutto come sede dell’Oracolo di Amon, consultato da Alessandro Magno nel 331 a.C. quando affrontò la celebre traversata del deserto per farsi confermare dal dio la propria legittimità regale. Il Tempio dell’Oracolo, ad Aghurmi, sopravvive ancora in parte su uno sperone roccioso vicino a Shali.
La cittadella di Shali fu costruita nel XIII secolo come insediamento fortificato per proteggere i siwani dalle razzie beduine e dalle incursioni periodiche dei nomadi del deserto. La scelta del kershef racconta l’ecologia particolare dell’oasi: Siwa sta in una depressione dove per millenni le acque salate hanno depositato spessi strati di minerali evaporitici, cioè un materiale da costruzione abbondante sul posto e che non richiedeva alcun trasporto. Ogni edificio del paese storico era fatto in kershef, e da qui il suo aspetto compatto e monocromo, del colore della terra.
Le piogge del 1926 che posero fine alla vita di Shali arrivarono dentro un declino già cominciato con l’apertura dell’oasi al commercio e all’amministrazione egiziana, nell’Ottocento. Strade nuove, materiali nuovi e nuovi rapporti economici avevano reso la cittadella medievale superflua, e già prima delle piogge la popolazione aveva iniziato a scendere nelle case della piana.
Le rovine sulla collina prendono la luce del tardo pomeriggio in tonalità d’oro e d’ambra: nell’ora prima del tramonto è il monumento più fotogenico di tutto il Deserto Occidentale egiziano.
Le mura di roccia salina che si sciolgono lentamente in forme organiche — torri, porte, profili di stanze conservati dentro un processo di dissoluzione continua — fanno di Shali una rovina diversa da qualunque altra in Egitto.
Dalla cima della fortezza la vista gira a 360 gradi sui palmeti di Siwa, sui laghi salati e sulla scarpata desertica intorno: uno dei paesaggi più particolari che si possano vedere da un monumento egiziano.
Le strade del paese vecchio ai piedi di Shali conservano il carattere tradizionale del kershef: camminare nei vicoli dà l’idea del tessuto urbano fitto che un tempo riempiva la cittadella sopra.

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