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I Colossi di Memnone sono due enormi statue sedute del faraone Amenofi III, della XVIII dinastia: alte circa diciotto metri, ricavate da blocchi unici di arenaria quarzitica. Sorgono sulla riva occidentale di Luxor, all’ingresso di quello che era il complesso templare funerario di Amenofi III, ai suoi tempi il più grande tempio d’Egitto, più grande perfino di Karnak, e oggi quasi interamente distrutto, con le pietre asportate per costruzioni successive. Le due statue sono fra i pochissimi elementi rimasti di quel complesso enorme.
Raffigurano Amenofi III seduto in trono, con le mani sulle ginocchia, il copricapo nemes e la doppia corona. Ai lati delle gambe stanno figure più piccole della moglie Tiy e della madre Mutemuia. I troni sono scolpiti con scene del dio Hapy che annoda le piante araldiche dell’Alto e del Basso Egitto: la rappresentazione simbolica dell’unione delle due terre. Ai fianchi c’erano anche figure stanti del re, oggi quasi del tutto distrutte.
Nell’antichità la statua settentrionale era celebre per il fenomeno detto «il canto di Memnone»: dopo che un terremoto, nel 27 a.C., ne incrinò la pietra, all’alba cominciò a emettere un suono simile a un fischio o a un canto, provocato dalla dilatazione della pietra danneggiata mentre si scaldava al sole del mattino. Viaggiatori greci e romani venivano apposta per sentirlo, e sulle gambe della statua restano oltre novanta graffiti antichi che ne registrano la visita. Quando l’imperatore romano Settimio Severo fece restaurare la statua, intorno al 199 d.C., il suono cessò: i lavori evidentemente chiusero la crepa che lo produceva.
Amenofi III (1390-1352 a.C. circa) fu uno dei sovrani più ricchi e più prolifici come costruttore di tutto il Nuovo Regno. Il suo tempio funerario sulla riva occidentale, di cui i Colossi sono l’ingresso superstite, era al momento della costruzione il più grande edificio religioso dell’antico Egitto, con una superficie di circa trecentocinquantamila metri quadri. Era dedicato al culto funerario del re e al dio Amon.
La distruzione del tempio cominciò già sotto Merenptah (1213-1203 a.C. circa), che ne smontò parti per costruire il proprio tempio funerario lì vicino. I faraoni successivi continuarono a riutilizzarne la pietra, e alla fine del Nuovo Regno il tempio era in gran parte scomparso. Gli scavi condotti dagli anni Novanta dal progetto di conservazione dei Colossi e del tempio di Amenofi III hanno recuperato migliaia di frammenti di statue e di elementi architettonici, restituendo l’idea della scala che il complesso ebbe.
Il nome greco «Memnone» fu dato dai viaggiatori greci, che identificarono la statua con l’eroe mitologico etiope Memnone, figlio della dea dell’aurora Eos, caduto a Troia. All’identificazione contribuirono il fenomeno del canto e la posizione della statua, rivolta a est verso il sole nascente.
Due statue sedute di quarzite alte diciotto metri, rivolte a est sulla piana alluvionale del Nilo: i monumenti antichi più immediatamente riconoscibili della riva occidentale.
Oltre novanta iscrizioni greche e latine incise sulle gambe delle statue dai turisti di età romana registrano visite lungo due secoli: una delle più antiche tradizioni turistiche documentate.
I fianchi dei troni portano il dio Hapy che annoda le piante araldiche dell’Alto e del Basso Egitto: l’unità nazionale rappresentata nella pietra.
Una terza statua stante di Amenofi III è stata in parte ricomposta dai frammenti di scavo e sta vicino alla coppia originale, visibile durante i lavori ancora in corso.
Le statue guardano a est: all’alba la luce bassa e arancione colpisce in pieno la quarzite e i campi intorno sono silenziosi. È il momento più bello per andarci.

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